AGI - Il 29 luglio 1983 alle 8.05 del mattino una Fiat 126 verde imbottita con 75 chili di tritolo esplose in via Pipitone Federico a Palermo: il giudice Rocco Chinnici, il maresciallo Mario Trapassi, l'appuntato Salvatore Bartolotta e Stefano Li Sacchi, portiere dello stabile in cui abitava il giudice, persero la vita.
Il ricordo di Chinnici
Presente alla cerimonia commemorativa il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, giunto alla Direzione nazionale antimafia e antiterrorismo di Roma per partecipare alla commemorazione del consigliere istruttore del tribunale di Palermo, nel 43esimo anniversario dell'assassinio.
Alla celebrazione sono intervenuti il procuratore nazionale antimafia, Giovanni Melillo, l'ex magistrato Giuseppe Di Lello, il reverendo Antonino Fasullo, fondatore della rivista culturale 'Segno'. Presenti anche il ministro della Giustizia, Carlo Nordio, il vicepresidente del Csm, Fabio Pinelli; il procuratore generale della Corte di Cassazione, Pietro Gaeta; la figlia di Chinnici, Caterina.
La dinamica dell'attentato
Chinnici stava per salire sulla sua Alfetta blindata, e il boss di Resuttana, Antonino Madonia, azionò il telecomando proprio nel momento in cui il giudice originario di Misilmeri era accanto alla 126: Palermo, si disse allora, era diventata "Beirut".
Precursore della moderna lotta alla mafia, Chinnici credeva fermamente nell'importanza della cultura e del lavoro. Tra gli anni Settanta e l'inizio degli anni Ottanta, di fronte a una Cosa nostra sempre più violenta e potente, portò coraggiosamente avanti il suo lavoro di magistrato con straordinarie intuizioni e una eccezionale forza innovativa. Alla fine del 1979 fu nominato capo dell'Ufficio Istruzione del Tribunale di Palermo e creò il Pool antimafia, chiamando a sè colleghi allora giovani come Giovanni Falcone e Paolo Borsellino.
La creazione del pool
"Uno per uno ci scelse: noi magistrati che solo dopo la sua morte avremmo costituito il così detto 'pool antimafia', scrisse Paolo Borsellino nella prefazione a una raccolta postuma degli scritti di Chinnici. "Credeva fermamente nella necessità del lavoro di equipe e ne tentò i primi difficili esperimenti, sempre comunque curando che si instaurasse un clima di piena e reciproca collaborazione e di circolazione delle informazioni tra 'i suoi'...A capo della struttura giudiziaria più esposta d'Italia - scriveva ancora Borsellino, e le sue parole risuonano attuali in questi giorni - si prefisse di potenziarla opportunamente e renderla efficace strumento di quelle indagini nei confronti della criminalità organizzata, troppo a lungo trascurate in precedenza".
La legge Rognoni-La Torre
Rocco Chinnici diede inoltre un prezioso contributo tecnico alla stesura della legge Rognoni-La Torre e, in particolare, alla definizione del reato di associazione "di tipo mafioso" (art. 416 bis del Codice Penale) e al potenziamento della prevenzione patrimoniale.
Fu inoltre il primo magistrato a uscire dalle aule dei Tribunali per andare nelle scuole e parlare ai ragazzi dei pericoli della droga, il cui traffico mondiale era, allora, l'attività principale della mafia. L'obiettivo era sensibilizzare le nuove generazioni su questa grave minaccia alla democrazia.
"La mia fiducia - scriveva - è nelle nuove generazioni. Nel fatto che i giovani, credenti, non credenti, della sinistra, democratica, di nessuna militanza politica, si ribellano, respingono il potere della mafia. Questa è la grande speranza che sta germogliando. È necessaria però un'opera di più ampia sensibilizzazione. Specialmente in rapporto al fenomeno droga e ai centinaia e centinaia di milioni che la sua organizzazione comporta. La nostra società corre un gravissimo pericolo". "Un problema - riteneva, con un'analisi ancora oggi attualissima e lucida in tempi di populismo penale - che prima di essere giudiziario è sociale, civile, umano".

