AGI - Piercamillo Davigo "non poteva divulgare un fatto coperto da segreto investigativo ergendosi, senza alcuna legittimazione, a paladino della legalità". È un passaggio delle motivazioni alla sentenza dell'appello-bis nei confronti dell'ex magistrato di 'Mani Pulite' al termine del quale, il 29 ottobre scorso, gli è stata confermata la condanna a un anno e tre mesi per l'accusa di rivelazione del segreto d'ufficio in relazione alla vicenda dei verbali sulla presunta loggia Ungheria, la cui esistenza è stata poi esclusa in un altro procedimento.
In particolare Davigo era imputato di avere riferito "in violazione dell'obbligo di segretezza e al di fuori di una formale procedura, al primo Presidente della Corte di Cassazione Pietro Curzio dell'esistenza di atti di un'indagine penale presso la Procura di Milano, nell'ambito della quale l'avvocato Piero Amara aveva riferito dell'esistenza di una loggia coperta in cui sarebbero stati implicati numerosi esponenti delle istituzioni". Tra le persone a cui rivelò il "segreto" c'era anche il consigliere Sebastiano Ardita, difeso dall'avvocato Fabio Repici, al quale è stato riconosciuto un risarcimento di 20mila euro.
La tesi difensiva e la confutazione dei giudici
Nei motivi di appello la difesa di Davigo aveva fatto presente che "si sarebbe limitato a informare i consiglieri di un fatto assolutamente vero, e cioè la pendenza di una indagine nei confronti di un consigliere per presunta partecipazione a una loggia segreta". I giudici della Corte d'Appello di Brescia confutano questa tesi sottolineando che "tale assunto non corrisponde al vero perché, nel momento in cui Davigo aveva parlato con tutti i soggetti indicati nel capo di imputazione nessun consigliere risultava indagato in relazione alle dichiarazioni dell'avvocato Amara".

