AGI - Si è spento all'età di 83 anni fratel Enzo Bianchi, fondatore della Comunità monastica di Bose e adesso della Fraternità della Madia, vicino a Ivrea. Bianchi è morto all'ospedale Molinette di Torino. Le sue condizioni si erano aggravate negli ultimi giorni, per uno scompenso renale che lo aveva portato in coma metabolico.
L'eredità spirituale di Enzo Bianchi attraversa il dialogo ecumenico, la riscoperta della Parola e una sofferta vicenda ecclesiale che lo portò all'allontanamento dal monastero da lui creato. Papa Francesco lo stimò profondamente, pur affidando al cardinale Parolin il difficile compito (non riuscito) di ricomporre una crisi mai del tutto sanata.
Il monaco piemontese lascia un vuoto profondo nel cristianesimo contemporaneo. Con lui scompare una delle figure più originali del cattolico europeo, accanto al cardinale Carlo Maria Martini, come lui: un uomo capace di parlare ai credenti e ai non credenti, di costruire ponti tra le Chiese cristiane e di riportare la Sacra Scrittura al centro della vita spirituale di migliaia di persone.
Le origini di Bose: un laboratorio di ecumenismo
Per oltre mezzo secolo Bose è stata la sua creatura, un laboratorio di ecumenismo dove cattolici, ortodossi e protestanti hanno condiviso la stessa vita monastica, anticipando molte delle intuizioni che sarebbero poi maturate nella Chiesa universale.
La storia di Enzo Bianchi comincia nel 1965, quando, poco più che ventenne e studente di Economia all'Università di Torino, decide di ritirarsi in una cascina abbandonata a Magnano, nel Biellese. Non era e non volle essere sacerdote, ma un laico animato dal desiderio di vivere il Vangelo nella radicalità della vita comune. Attorno a lui, lentamente, si raccolsero uomini e donne appartenenti a diverse confessioni cristiane.
Nacque così la Comunità di Bose, riconosciuta come una delle esperienze monastiche più innovative del secondo Novecento. La liturgia curata, il silenzio, lo studio biblico e l'accoglienza fecero del monastero una meta di pellegrinaggi spirituali e un punto di riferimento per teologi, vescovi e intellettuali di tutta Europa.
Bianchi è stato consultore di diversi dicasteri vaticani, ha partecipato ai Sinodi dei vescovi convocati da Benedetto XVI e collaborato con numerosi patriarchi ortodossi, diventando uno dei principali interpreti del dialogo ecumenico inaugurato dal Concilio Vaticano II. Le sue opere - tradotte in decine di lingue - hanno avvicinato generazioni di lettori alla Bibbia con un linguaggio semplice, rigoroso e profondamente umano.
Le dimissioni, le tensioni e il decreto di allontanamento
La grandezza spirituale di Enzo Bianchi convive, tuttavia, con una delle pagine più dolorose della storia ecclesiale recente.
Della Comunità monastica di Bose, Bianchi era stato priore fino al 2017, quando rassegnò volontariamente le dimissioni consegnando l'incarico a Luciano Manicardi, pur rimanendo all'interno del monastero. Quella successione, che avrebbe dovuto segnare un passaggio naturale, si trasformò invece in una lunga stagione di tensioni interne.
Divergenze sulla gestione della comunità, sull'autorità e sulla convivenza fraterna portarono la Santa Sede a disporre una visita apostolica nel 2019, rilevando come ci fosse un turbamento del clima fraterno all'interno della comunità.
Fu Papa Francesco a prendere in mano personalmente il dossier. Il Pontefice, che aveva sempre manifestato stima nei confronti del fondatore di Bose e ne apprezzava il contributo al dialogo tra le Chiese, affidò però al cardinale Pietro Parolin, segretario di Stato, il delicatissimo compito di dare esecuzione alle decisioni maturate dopo la visita canonica.
Nel maggio 2020 un decreto della Santa Sede dispose l'allontanamento di Enzo Bianchi e di altri membri dalla comunità, ritenendo necessario ristabilire la serenità della vita fraterna. Quella decisione (profondamente ingiusta) provocò un profondo turbamento nel mondo ecclesiale. Molti la considerarono una ferita dolorosa, altri la giudicarono indispensabile per il bene della comunità. Lo stesso Bianchi obbedì dopo mesi difficili, senza mai nascondere l'amarezza per una vicenda che definì una delle prove più dure della sua esistenza monastica.
Le cronache di quegli anni raccontano anche le incomprensioni con gli organismi vaticani chiamati a gestire il caso. Se Francesco continuò a distinguere tra la persona e il problema comunitario, mantenendo nei confronti del monaco rispetto e attenzione, il rapporto con la Segreteria di Stato e con il cardinale Parolin fu inevitabilmente segnato dalla complessità dell'attuazione del provvedimento. Una frattura che non cancellò però il riconoscimento del valore ecclesiale dell'opera costruita a Bose.
La Fraternità della Madia: "Ricomincio come un monaco"
Lontano da Bose, Enzo Bianchi non smise di essere monaco. Negli ultimi tempi, nel 2023, diede vita alla Fraternità della Madia, una piccola comunità nei pressi di Ivrea, scegliendo deliberatamente una dimensione essenziale.
"Ricomincio come un monaco", disse presentando quella nuova esperienza. Non cercava una rifondazione di Bose, ma un ritorno alle origini: poche persone, preghiera, lavoro manuale, ospitalità e ascolto della Parola. Era il tentativo di trasformare una sconfitta personale in un nuovo cammino spirituale.
Anche negli ultimi mesi continuò a scrivere. Nella sua rubrica pubblicata alla fine del 2024 rifletteva sul tempo presente con la lucidità che lo aveva sempre contraddistinto: parlava della pandemia, della crisi culturale dell'Europa, del ritorno della guerra e del rischio che il cristianesimo occidentale si riducesse a semplice patrimonio culturale. "Ciò che mi interessa è l'umanità", scriveva, ribadendo che il Vangelo non appartiene a una categoria religiosa, ma alla vita concreta delle donne e degli uomini.
L'eredità spirituale
La sua eredità va ben oltre la vicenda di Bose. Enzo Bianchi ha contribuito come pochi a rendere familiare la lectio divina, ha restituito dignità al dialogo con l'ebraismo e con l'ortodossia, ha parlato della fede senza moralismi e della fragilità senza retorica. Per molti è stato un padre spirituale; per altri un intellettuale capace di abitare le domande del nostro tempo senza rinunciare alla radicalità evangelica.
La sua morte chiude una stagione irripetibile del monachesimo italiano, ma lascia aperta una domanda che ha attraversato tutta la sua vita: come vivere il Vangelo nella fraternità, senza trasformare la Chiesa in una fortezza e senza perdere il coraggio del confronto?
Forse è proprio questa la sua eredità più preziosa. Non l'immagine di un uomo senza conflitti, ma quella di un credente che ha conosciuto la gloria del riconoscimento ecclesiale e il dolore dell'incomprensione, rimanendo fino all'ultimo fedele alla propria vocazione di monaco.